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ESTRATTI
PER PRESA VISIONE
CAPITOLO
5
IL
RUOLO DEL COMUNE
Sommario:
18. Il ruolo del Comune nella protezione civile – 19.
Articolazione della protezione civile in ambito comunale – 20. I
compiti dell’Ufficio comunale protezione civile.
(………………….)
19.
- Articolazione della protezione civile in ambito comunale.
Nell’ottobre
2004 il Dipartimento della Protezione Civile ha avviato un
censimento per monitorare lo stato di organizzazione e preparazione
di tutti i Comuni italiani in materia di protezione civile.
Attualmente il censimento, svolto in collaborazione con la Regione
Abruzzo, è ancora in corso ma la situazione, così come emerge dai
primi dati provvisori disponibili e da altre indagini,
non può certo dirsi esaltante. Anzi, come
evidenziato in quei
pochi convegni sulla protezione civile che non sono mera
celebrazione, quasi dovunque
in Italia le strutture comunali di protezione civile
si riducono a qualche periferico ufficio, con scarse risorse
finanziarie, pochi demotivati dipendenti che riescono a realizzare
al più qualche sporadica iniziativa... Ancora peggio per i piani
comunali di protezione civile (sui quali ci si soffermerà in un
altro capitolo di questo) che spesso si riducono a documenti privi
di una reale utilità in situazione di emergenza.
Il
perché di questa situazione, oltre alla vaghezza dei compiti del
Comune delineati dalla legislazione vigente e al progressivo taglio
degli stanziamenti destinati agli enti locali, è, secondo chi
scrive, da ricercare nello “scaricabarile” che, in occasione di
calamità, ha investito i comuni, spesso traducendosi in
incriminazioni per amministratori e funzionari. Da questo punto di
vista, paradossalmente, l’emergere di precise responsabilità (per
le quali, tra l’altro, non sono previste corresponsioni
economiche) definite dall’inosservanza delle disposizioni
contenute nei piani di protezione civile ha finito per autorizzare
non pochi Comuni a fare a meno del Piano di protezione civile.
Come
già detto, l’art. 15 (comma 1) della legge n. 225/92 («Nell’ambito
del quadro ordinamentale di cui alla legge 8 giugno 1990, n. 142, in
materia di autonomie locali, ogni Comune può dotarsi di una
struttura di protezione civile») lascia il Comune libero di
organizzare la propria struttura di protezione civile mentre il
comma 2 dello stesso articolo («La Regione, nel rispetto delle
competenze ad essa affidate in materia di organizzazione
dell’esercizio delle funzioni amministrative a livello locale,
favorisce, nei modi e con le forme ritenuti opportuni,
l’organizzazione di strutture comunali di protezione civile»)
rimanda a direttive che potrebbero essere impartite dall’ente
Regione e che, tranne pochi casi, non sono state ancora impartite.
Risulta,
a questo punto, ovvia la questione se un Comune possa evitare di
costituire una qualsivoglia struttura di protezione civile. Su
questo punto crediamo la risposta debba essere negativa. Intanto (al
di là di quanto previsto dal D.L.vo n. 626 del 19 settembre 1994
sul quale ci soffermeremo in seguito) vi è il decreto 28 maggio
1993 del Ministro dell’interno, di concerto con il Ministro del
Tesoro, in attuazione del D.L.vo 30 dicembre 1992, n. 504, che
inserisce, nell’art. 1, tra i servizi indispensabili dei comuni, i
«servizi di protezione civile, di pronto intervento e di tutela
della sicurezza pubblica»; poi l’art. 38, comma 2, della legge 8
giugno 1990, n. 142,
e, ancora di più, i commi 3 e 4 della legge n. 225/92
rimandano, a nostro avviso, a compiti che, anche in comuni di
medie-piccole dimensioni non possono essere svolti in assenza di una
struttura preposta alla protezione civile.
(………………….)
(………………….)
20.
- I compiti dell’Ufficio comunale protezione civile.
I
principali compiti dell’Ufficio comunale protezione civile possono
essere identificati nella pianificazione e nella gestione dell’emergenza,
nei rapporti con il volontariato e nella effettuazione di campagne
educative.
Questi argomenti saranno approfonditi nella seconda parte del libro.
Limitiamoci, quindi, in questo capitolo a brevi cenni sui primi due
punti.
La
pianificazione dell’emergenza presuppone la identificazione del
rischio massimo che può interessare il territorio comunale e di
come questo può impattarsi con il territorio e, quindi, con i suoi
abitanti. Per la definizione del rischio massimo è prioritaria una
lettura di tutti gli eventi calamitosi che si sono verificati in
passato nel territorio comunale. Ad esempio, si sono mai verificati
terremoti? E di quale magnitudo? Si sono mai verificate frane di una
certa gravità? Alluvioni? Incendi boschivi? Oltre a questa
lettura sarà indispensabile analizzare se nel territorio comunale
sono presenti strutture che hanno provocato disastri in altre realtà
(ad esempio, dighe, stabilimenti industriali che trattano o producono
ingenti quantità di materiale tossico, ecc.). Una volta elencati i
rischi del territorio comunale, è opportuno passare alla
definizione dello scenario del disastro ipotizzato. E cioè, cosa
succederebbe se ora si verificasse quel tipo di terremoto
verificatosi secoli addietro? Oppure se si verificasse un
deragliamento di un treno trasportante sostanze tossiche così
come è successo in quell’altro territorio comunale? E via
dicendo. Terminata la formulazione degli scenari si passerà alla
stesura di un piano di protezione civile atto ad affrontare la
situazione determinata dal disastro ipotizzato e che vedrà (almeno
nella fase immediatamente successiva al disastro) l’utilizzo delle
forze e delle risorse presenti normalmente nel territorio comunale
(che dovranno essere attentamente censite). Va da sé che questi
piani devono essere concordati con le persone alle quali dovrà
essere affidato il compito di effettuare gli interventi di emergenza
(dall’impiegato comunale, che deve sapere dove conservare gli
ordini di requisizione già prefirmati dal Sindaco, all’ufficiale
dei Carabinieri, che dovrà sapere dove fare accasermare le colonne
di soccorso, al volontario di protezione civile, che deve sapere
dove dirottare il traffico ...).
La
gestione dell’emergenza richiede, quanto meno, la costituzione di
un Centro operativo comunale che dovrà essere
alloggiato nella sala operativa. È evidente che, perdurando le
ristrettezze economiche che contraddistinguono le amministrazioni
comunali, è impensabile che in ogni Comune italiano si attrezzi una
sala operativa destinata ad alloggiare un centro comunale di
emergenza per affrontare una calamità che potrebbe verificarsi
tra qualche decina di anni o anche mai. Solitamente, quindi, anche
nei comuni italiani provvisti di una efficiente struttura di
protezione civile, si preferisce non attrezzare una sala operativa
fissa, ma ci si limita ad individuare dei locali (ospitanti
normalmente altri uffici) che al momento dell’emergenza vengono
immediatamente attrezzati e destinati a sala operativa utilizzando i
materiali contenuti in un armadio lì situato.
(………………….)
(………………….)
CAPITOLO
9
I
PIANI DI EMERGENZA
Sommario:
34. La metodologia per la redazione dei piani di emergenza – 35.
L’affidabilità dei piani di emergenza – 36. Il Metodo Augustus
– 37. La pianificazione e la gestione dell’emergenza provinciale
secondo il Metodo Augustus – 38. La pianificazione
dell’emergenza comunale secondo il Metodo Augustus – 39. La
gestione dell’emergenza comunale secondo il Metodo Augustus –
40. Piani di soccorso e piani di autoprotezione.
34.
- La metodologia per la redazione dei piani di emergenza.
Un
piano di emergenza può definirsi come una serie di procedure da
affidare ad identificabili persone, per affrontare un disastro o un
allarme. Convenzionalmente, i piani di emergenza si suddividono in
piani di soccorso (Relief Plan, attivati da personale residente all’esterno
dell’area minacciata o colpita dal disastro) e piani di
autoprotezione (Self Safety
Plan, attivati da personale residente all’interno
dell’area). Esistono numerose metodologie per la redazione di
quest’ultimo tipo di piani, che possono avere diversi livelli di
complessità, di estensione territoriale e di livello di manovra
(intesa come concatenamento di operazioni svolte da differenti
soggetti). Si va dai sofisticatissimi piani, costati milioni di
dollari quali, ad esempio, l’Annex E dello Stato della Pennsylvania o l’Earthquake General Plan dello Stato della California ai quattro
foglietti sciattamente redatti che costituiscono, spesso, i
cosiddetti «piani di protezione civile» in Italia. Tutti i piani
di emergenza degni di questo nome scaturiscono, comunque, dalla
interpolazione di tre griglie di analisi: la vulnerabilità
territoriale, la vulnerabilità sistemica e la disamina delle
risorse disponibili.
L’analisi
della vulnerabilità territoriale comincia calcolando gli effetti e
cioè lo «scenario» che un disastro ha provocato su territori
aventi una conformazione urbanistica e sociale simile a quella del
territorio per il quale si sta predisponendo il piano di emergenza. Un esempio può essere
dato dallo studio di S.T. Algermissen, M.J. Bowden e H. Cochrane
sullo scenario del prossimo disastroso terremoto che colpirà la
California e che potrebbe avere una magnitudo 8.3, e caratteristiche
simili al Big Quake del 1906. Questo scenario dà, ad esempio, una probabilità
di accadimento del 33% al crollo del 35% degli edifici alti da 5 a
10 piani costruiti prima del 1911 e a quelli costruiti sui terreni
argillosi nell’area del porto. A seconda dell’ora e del giorno
del sisma ci sarebbero nella Bay Area tra 1.000 e 9.000 morti
immediati e 7.000-40.000 feriti gravi; la dinamica e il controllo di
eventuali incendi (probabilità di accadimento del 27%) produrrebbe
da 200 a 70.000 senza tetto...
L’analisi
della vulnerabilità sistemica, e cioè cosa può succedere nella
popolazione e negli enti durante e immediatamente dopo un disastro,
a differenza della analisi della vulnerabilità territoriale (basata
su parametri agevolmente quantizzabili quali, l’accelerazione
impressa dal sisma, le caratteristiche geologiche dei terreni di
fondazione, la resistenza degli edifici e degli impianti, la
concentrazione delle persone nel corso dei giorni e delle ore, la
direzione e la velocità del vento...) si basa su metodi di indagine
sociologica. Sono stati elaborati molti metodi per calcolare la
vulnerabilità sistemica. Il più diffuso è la «Tecnica di Delfi»,
adattata per i disastri da H.A. Linstone , e consiste, sostanzialmente,
nel selezionare un gruppo di «figure leader» all’interno di
varie strutture (ospedali, enti pubblici, polizia, Vigili del fuoco,
edifici collettivi...) prospettando ad esse gli scenari definiti
dall’analisi della vulnerabilità territoriale. Le loro risposte
serviranno per delineare scenari sempre più dettagliati di
vulnerabilità sistemica da prospettare ad altre «figure leader» e
così via fino a delineare un dettagliato scenario di quali
dinamiche il disastro potrà scatenare in queste strutture e quindi
nel territorio.
La
disamina delle risorse disponibili, infine, prende in
considerazione, oltre che le tecnologie disponibili per affrontare
l’emergenza, la predisposizione delle persone da utilizzare nel
piano ad impegnarsi concretamente in determinati interventi pur
sapendo, ad esempio, che in quel momento il proprio nucleo familiare
è sottoposto a rischi. Per valutare questa disponibilità
(soprattutto quando il piano contempla l’utilizzo di personale
scarsamente motivato nel proprio lavoro come, ad esempio, impiegati
di enti), sono stati prodotti dei questionari da erogare e che
contemplano l’acquisizione di dati quali la composizione del
nucleo familiare dell’intervistato, la distanza della sua
abitazione dal luogo di lavoro, se la sua abitazione è alloggiata
in un edificio antisismico o in un’area a rischio... e così via.
(………………….)
(………………….)
38.
- La pianificazione dell’emergenza comunale secondo il Metodo
Augustus.
Secondo
il Metodo Augustus, qualora in una porzione di territorio comunale
si riscontrino eventi prevedibili in un arco di tempo determinato,
sarà fondamentale collegare ad ogni allarme una risposta graduale
del sistema comunale di protezione civile coordinata dal Sindaco.
Sarà quindi prioritario da parte del Sindaco, tramite il proprio
Centro Operativo Comunale (composto dai responsabili delle funzioni
di supporto comunali) ,
organizzare la prima risposta operativa di protezione civile,
mantenendo un costante collegamento con tutti gli enti preposti al
monitoraggio per gli eventi attesi nel proprio territorio. Con
questo collegamento il Sindaco potrà predisporre in tempo reale
tutte le attivazioni operative comunali in base al livello di
allarme dato per l’evento.
Il
Metodo Augustus identifica poi gli obiettivi che il Sindaco, in
qualità di Autorità di protezione civile, deve conseguire per
garantire la prima risposta ordinata degli interventi:
1.
- Coordinamento operativo comunale.
Il
Sindaco è Autorità comunale di protezione civile (art. 15, comma
3, legge n. 225/92). Al verificarsi dell’emergenza assume la
direzione ed il coordinamento dei servizi di soccorso in ambito
comunale e ne dà comunicazione al Prefetto al Presidente della
Giunta Regionale e al Presidente della Provincia. Il Sindaco per
l’espletamento delle proprie funzioni deve avvalersi di un Centro
Operativo Comunale (COC).
2.
- Salvaguardia della popolazione.
Il
Sindaco quale Autorità di protezione civile è Ente esponenziale
degli interessi della collettività che rappresenta. Di conseguenza
ha il compito prioritario della salvaguardia della popolazione e la
tutela del proprio territorio. Le misure di salvaguardia alla
popolazione per gli eventi prevedibili sono finalizzate
all’allontanamento della popolazione dalla zona di pericolo;
particolare riguardo deve essere dato alle persone con ridotta
autonomia (anziani, disabili, bambini). Dovranno essere attuati
piani particolareggiati per l’assistenza alla popolazione (aree di
accoglienza, ecc.) Per gli eventi che non possono essere
preannunciati sarà di fondamentale importanza organizzare il primo
soccorso sanitario entro poche ore dall’evento.
3.
- Rapporti con le istituzioni locali per la continuità amministrativa e
supporto all’attività di emergenza.
Uno
dei compiti prioritari del Sindaco è quello di mantenere la
continuità amministrativa del proprio Comune (anagrafe, ufficio
tecnico, ecc.) provvedendo, con immediatezza, ad assicurare i
collegamenti con la Regione, la Prefettura, la Provincia, la Comunità
Montana. Ogni Amministrazione, nell’ambito delle rispettive
competenze previste dalla legge, dovrà supportare il Sindaco
nell’attività di emergenza.
4.
- Informazione alla popolazione.
È
fondamentale che il cittadino delle zone direttamente o
indirettamente interessate all’evento conosca preventivamente:
caratteristiche scientifiche essenziali di base del rischio che
insiste sul proprio territorio; le predisposizioni del piano di
emergenza nell’area in cui risiede; come comportarsi, prima,
durante e dopo l’evento; con quale mezzo ed in quale modo verranno
diffuse informazioni ed allarmi.
5.
- Salvaguardia del sistema produttivo locale.
Questo
intervento di protezione civile si può effettuare o nel periodo
immediatamente precedente al manifestarsi dell’evento (eventi
prevedibili), attuando piani di messa in sicurezza dei mezzi di
produzione e dei relativi prodotti stoccati, oppure immediatamente
dopo che l’evento abbia provocato danni (eventi imprevedibili)
alle persone e alle cose; in questo caso si dovrà prevedere il
ripristino dell’attività produttiva e commerciale nell’area
colpita attuando interventi mirati per raggiungere tale obiettivo
nel più breve tempo possibile. La concorrenza delle aziende
produttive nel mercato nazionale e internazionale non permette che
la sospensione della produzione sia superiore ad alcune decine di
giorni.
6.
- Ripristino della viabilità e dei trasporti.
Durante
il periodo della prima emergenza si dovranno già prevedere
interventi per la riattivazione dei trasporti terrestri, aerei,
marittimi, fluviali; del trasporto delle materie prime e di quelle
strategiche; l’ottimizzazione dei flussi di traffico lungo le vie
di fuga e l’accesso dei mezzi di soccorso nell’area colpita.
7.
- Funzionalità delle telecomunicazioni.
La
riattivazione delle telecomunicazioni dovrà essere immediatamente
garantita per gli uffici pubblici e per i centri operativi dislocati
nell’area colpita attraverso l’impiego necessario di ogni mezzo
o sistema di telecomunicazione. Si dovrà mantenere la funzionalità
delle reti radio delle varie strutture operative per garantire i
collegamenti fra i vari centri operativi e al tempo stesso per
diramare comunicati, allarmi, ecc. In ogni piano sarà prevista, per
questo specifico settore, una singola funzione di supporto la quale
garantisce il coordinamento di tutte le risorse e gli interventi
mirati per ridare piena funzionalità alle telecomunicazioni.
8.
- Funzionalità dei servizi essenziali.
La
messa in sicurezza delle reti erogatrici dei servizi essenziali dovrà
essere assicurata, al verificarsi di eventi prevedibili, mediante
l’utilizzo di personale addetto secondo specifici piani
particolareggiati elaborati da ciascun ente competente. La verifica
ed il ripristino della funzionalità delle reti dovrà prevedere
l’impiego degli addetti agli impianti di erogazione ed alle linee
e/o utenze in modo comunque coordinato, prevedendo per tale settore
una specifica funzione di supporto, al fine di garantire le massime
condizioni di sicurezza.
9.
- Censimento e salvaguardia dei beni culturali.
Nel
confermare che il preminente scopo del piano di emergenza è quello
di mettere in salvo la popolazione e garantire con ogni mezzo il
mantenimento del livello di vita «civile», messo in crisi da una
situazione di grandi disagi fisici e psicologici, è comunque da
considerare fondamentale la salvaguardia dei beni culturali ubicati
nelle zone a rischio. Si dovranno perciò organizzare specifici
interventi per il censimento e la tutela dei beni culturali,
predisponendo specifiche squadre di tecnici per la messa in
sicurezza dei reperti, o altri beni artistici, in aree sicure.
10.
- Modulistica per il censimento dei danni a persone e cose.
La
modulistica allegata al piano è funzionale al ruolo di
coordinamento e indirizzo che il Sindaco è chiamato a svolgere in
caso di emergenza. La raccolta dei dati, prevista da tale
modulistica, è suddivisa secondo le funzioni comunali previste per
la costituzione di un Centro Operativo Comunale. Con questa
modulistica unificata è possibile razionalizzare la raccolta dei
dati che risultano omogenei e di facile interpretazione.
11.
- Relazione giornaliera dell’intervento.
La
relazione sarà compilata dal Sindaco e dovrà contenere le sintesi
delle attività giornaliere, ricavando i dati dalla modulistica di
cui al punto precedente. Si dovranno anche riassumere i dati dei
giorni precedenti e si indicheranno anche, attraverso i mass media
locali, tutte le disposizioni che la popolazione dovrà adottare. I
giornalisti verranno costantemente aggiornati con una conferenza
stampa quotidiana. Durante la giornata si dovranno inoltre
organizzare, per i giornalisti, supporti logistici per la
realizzazione di servizi di informazione nelle zone di operazione.
12.
- Struttura dinamica del piano: aggiornamento dello
scenario, delle procedure ed esercitazioni.
Il
continuo mutamento dell’assetto urbanistico del territorio, la
crescita delle organizzazioni di volontariato, il rinnovamento
tecnologico delle strutture operative e le nuove disposizioni
amministrative comportano un continuo aggiornamento del piano, sia
per lo scenario dell’evento atteso che per le procedure. Le
esercitazioni rivestono quindi un ruolo fondamentale al fine di
verificare la reale efficacia del piano di emergenza. Esse devono
essere svolte periodicamente a tutti i livelli secondo le competenze
attribuite alle singole strutture operative previste dal piano di
emergenza; sarà quindi necessario ottimizzare linguaggi e procedure
e rodare il piano di emergenza comunale, redatto su uno specifico
scenario di un evento atteso, in una determinata porzione di
territorio.
(………………….)
(………………….)
CAPITOLO
10
LA
GESTIONE DELL’EMERGENZA
Sommario:
41. I principi della gestione dell’emergenza – 42. La
Sala Operativa – 43. La cartografia per la gestione
dell’emergenza – 44. Il GPS e la gestione dell’emergenza –
45. Il GIS e la gestione dell’emergenza – 46. Le comunicazioni
radio – 47. Internet e la protezione civile – 48. Le
esercitazioni di protezione civile – 49. Le simulazioni di
emergenze.
41.
- I principi della gestione dell’emergenza.
La
gestione di una emergenza, e cioè la direzione delle operazioni
finalizzate a minimizzare le conseguenze di un evento quale un
terremoto o un incidente chimico, necessita di pronte decisioni
basate, spesso, su informazioni sommarie e confuse. Per di più, a
differenza di un comandante militare, che ha a sua disposizione
personale accasermato, equipaggiato e addestrato (e cioè
immediatamente disponibile e perfettamente operativo) e su mezzi
perfettamente efficienti, il Disaster Manager deve basarsi su
risorse delle quali, spesso, non conosce l’affidabilità.
Ciò
premesso, interessiamoci delle funzioni del Disaster Manager durante
un’emergenza che possono così essere elencate:
assunzione
del comando;
valutazione
della situazione;
attivazione,
mantenimento e controllo della rete di comunicazioni;
identificazione
di una strategia globale e sviluppo dei passaggi tattici per
realizzarla;
riesame,
valutazione e revisione dei passaggi tattici;
garantire
la continuità del comando, il passaggio delle consegne (quando è
necessario) ed ultimare le operazioni comprese nella funzione di
comando.
È
importante, quindi, che il Disaster Manager
sia dotato di un’ottima capacità decisionale e sappia mantenere
un approccio flessibile nel processo decisionale. In altri termini
il Disaster Manager deve essere conscio della necessità di dover
aggiornare il suo piano e le altre decisioni basandosi sul feedback
che riceve durante le operazioni e di delegare ad altri. A tal
proposito, è da precisare che un Disaster Manager non può
pretendere di assumere personalmente tutte le decisioni tattiche che
necessita l’emergenza senza delegare, cioè, ad altri parte di
queste. Il Disaster Manager deve quindi essere capace di dividere un
problema complesso in più parti delegandone l’autorità; questo
riduce il numero di subordinati di cui occuparsi e comporta un
controllo più semplice, riducendo lo stress. Inoltre si riduce lo
stress sui subordinati, limitando la loro responsabilità a
determinati aspetti dell’operazione. Nonostante la delega delle
responsabilità, comunque, è sempre lui il responsabile ultimo di
tutte le operazioni sul campo.
Il
Disaster Manager deve essere preparato a subentrare nella funzione
di comando prima esercitata da altri; questo significa che deve
essere pronto a valutare la situazione in atto, i compiti iniziali e
le azioni degli altri ed apportare le eventuali modifiche. Oltre a
ciò, il Disaster Manager deve essere preparato a dislocare e
gestire delle risorse limitate. Ciò accade spesso all’inizio di
un intervento, ma se il problema permane nel corso dello stesso
egli deve ottenere i rinforzi necessari e utilizzare al meglio ciò
di cui dispone. Il comando e il controllo non saranno efficaci se
non c’è anche un processo di revisione e valutazione durante lo
svolgimento delle azioni per ottimizzare l’efficacia degli
interventi.
Accennati
i principi che dovrebbero regolare l’operato di un Disaster
Manager nella gestione di una emergenza, interessiamoci ora di
alcuni strumenti indispensabili per poterla gestire cominciando
dalla Sala Operativa del Centro Operativo Comunale.
42.
- La Sala Operativa.
Per
quanto riguarda il nostro Paese non vigono precise direttive che
devono caratterizzare la Sala Operativa del Centro Operativo
Comunale;
citiamo, quindi, quelle codificate dal FEMA
(la protezione civile statunitense) riguardanti la sala operativa di
una comunità locale e che riteniamo possano valere anche per
l’Italia.
Considerata
la penuria di locali che solitamente caratterizza l’ente locale
non è proponibile che ogni Comune sacrifichi una serie di locali da
destinare ad una Sala Operativa che potrebbe servire per una
emergenza, spessa ritenuta improbabile. Meglio, quindi, localizzare
la Sala Operativa in locali che, normalmente, ospitano vari uffici e
che in situazioni di emergenza possono essere rapidamente
riconvertiti in Sala Operativa utilizzando una serie di attrezzature
contenute in un armadio.
È fondamentale, comunque che i locali destinati a Sala Operativa
del Centro Operativo Comunale siano facilmente raggiungibili da più
parti del centro urbano, siano insediati in solidi edifici (capaci
di sopportare, cioè, i terremoti ipotizzabili per l’area) e
ubicati in un’area sicura (lontano, cioè, da corsi d’acqua
che possono straripare, da industrie a rischio, da boschi che
potrebbero incendiarsi...). Questi locali, inoltre, devono essere
facilmente presidiabili dalle Forze dell’Ordine in situazioni di
emergenza e devono essere dotati di impianto elettrico di emergenza
e di cavi già predisposti per servire le apparecchiature radio.
La
Sala Operativa deve essere suddivisa in due aree funzionali:
l’area comunicazioni e l’area operativa; questa suddivisione
è di basilare importanza per minimizzare il caos e permettere agli
operatori (addetti alle comunicazioni e addetti alle decisioni) di
agire con la necessaria concentrazione.
L’area
comunicazioni (dotata
di telefoni, modem, fax, radio e punto di arrivo delle staffette)
serve a raccogliere informazioni dall’area colpita o dalle
strutture centrali di protezione civile e a diramare gli ordini alle
strutture locali di protezione civile. Ogni informazione pervenuta
all’area comunicazioni (la notizia, l’orario di ricezione, la
fonte) sarà immediatamente trascritta e comunicata all’area
operativa.
Nell’area
operativa il
Sindaco, coadiuvato dai responsabili delle funzioni di supporto
comunali, decide e ordina l’effettuazione degli interventi che
saranno diramati tramite l’area comunicazioni. Il «cuore» della
sala operativa è il Diario delle operazioni nel quale dovranno
essere verbalizzate tutte le informazioni giunte e tutte le
decisioni prese; il Diario delle operazioni è di fondamentale
importanza perché serve ad orientare la direzione
dell’emergenza sulle decisioni da prendere e costituisce una
indispensabile documentazione utile alla disamina dell’emergenza.
(………………….)
(………………….)
CAPITOLO
19
ECCEZIONALI
EVENTI METEOROLOGICI
SOMMARIO:
88 - I cambiamenti climatici e la vulnerabilità territoriale 89
-Ondate “eccezionali” di calore 90 - L’informazione in caso di
eccezionali ondate di calore 91- L’emergenza neve nelle aree
urbane 92 - L’emergenza nelle reti di trasporto 93 -
L’informazione in caso di eccezionali nevicate
(………………….)
(………………….)
Accenniamo
ora agli interventi attuati da alcuni comuni italiani
per fronteggiare eccezionali ondate di caldo anche se va precisato
che, considerando la mitezza delle estati del 2004 e del 2005 questi
servizi sono stati attuati in parte.
Intanto
va detto che il Comune di Roma è stato antesignano in questo campo
avendo, sin dall’estate 2000, sviluppato, in collaborazione con il
Centro per le ricerche sul clima dell'Università di Delaware, un
sistema di Heat Health Watch Warning System e avendo istituito nel
2002 una serie di iniziative rivolte agli anziani esplicitamente
finalizzato alla prevenzione degli effetti delle ondate di calore.
Oltre al servizio di teleassistenza - che collegava anziani a
rischio con una centrale operativa che, se è il caso,
inviava al domicilio dell’interessato un medico o volontari per
svolgere piccole commissioni (ad esempio la spesa, portare fuori
l’immondizia o il cane..) – il Comune ha trasformato tutta una
serie di ormai tradizionali iniziative ricreative estive destinate
agli anziani in una occasione per prendere una “boccata di aria
fresca”, ad esempio organizzando gite notturne sulle colline dei
dintorni.
Durante
l'estate 2003, insieme al Dipartimento della protezione civile e
al Ministero della Salute, sistemi HHWW
sono stati attivati in fase sperimentale a Milano, Torino e Bologna.
Di particolare interesse l’iniziativa del “custode
socio-sanitario” istituita a Milano che vigila sulle persone
anziane e sole, con un reddito limitato e con scarsa
autosufficienza. Per tale iniziativa, ad esempio, il Comune di
Milano ha stanziato 4 milioni di euro per il biennio 2004-2005
attivando 90 custodi per 46mila anziani ultrasettantenni.
A
partire dal 2004 le iniziative si sono moltiplicate in molti comuni
italiani; alcuni tra questi si sono convenzionati con cinema dotati
di aria condizionata o hanno aperto il loro uffici 24 ore su 24 per
permettere un sollievo agli anziani. In Campania, alcuni comuni,
poi, hanno potuto usufruire di contributi erogati dalla Regione per
climatizzare specifici ambienti da destinare a ricovero anziani e
per dare un contributo ad anziani che avessero voluto acquistare
deumidificatori.
90.
- L’informazione in caso di eccezionali ondate di calore
In
caso di eccezionali ondate di calore può essere utile erogare
alcune informazioni di massima; nel CD allegato a questo libro sono
riportate alcune indicazioni redatte dal Ministero della Salute e
dal Dipartimento della protezione civile. qui riportiamo alcuni
consigli generali
(………………….)
(………………….)
91.
- L’emergenza neve nelle aree urbane
Come
già detto nel primo capitolo di questo libro, un disastro che si
ripete con una certa assiduità finisce per sviluppare tutta una
serie di norme e di accorgimenti che limitano di molto gli effetti
dell’evento nel territorio e nei suoi sistemi. Da questo punto di
vista le principali aree metropolitane italiane e buona parte delle
nostre reti di trasporto, non conoscendo periodicamente le colossali
nevicate o le bassissime temperature che caratterizzano, ad esempio,
gli USA, risultano impreparate a fronteggiare queste situazioni. È
stato questo il caso, ad esempio, della davvero eccezionale ondata
di freddo che investì il nostro Paese nel febbraio 1956 facendo
registrare a Torino -22 gradi
è stato questo il caso del blocco del traffico veicolare e
ferroviario (verificatosi a seguito del gelo nel gennaio 1986) e
durato, per fortuna, solo pochi giorni; è stato questo il caso dei
blocchi del traffico autostradale verificatisi negli ultimi anni a
seguito di nevicate.
Ma
prima di inoltrarci nell’analisi di alcune di queste emergenze e
dei piani che sono stati redatti per affrontarli, accenniamo ad
alcuni aspetti della vulnerabilità metropolitana riportando una
davvero eccezionale emergenza climatica verificatasi nel gennaio
1998 e che colpi una metropoli che sembrava vantare efficaci piani
di emergenza per fronteggiare il gelo: Montreal.
Il
mattino del 5 gennaio 1998, un bollettino meteorologico annuncia
l'arrivo su Montreal di "un considerevole fronte freddo"
proveniente dal golfo del Saint-Laurent. Niente di eccezionale
d'inverno. Ma il bollettino aggiungeva che, risalendo da sud, più
esattamente dal golfo del Messico, una formazione depressionaria di
aria calda aveva attraversato gli Stati uniti e stava giungendo ai
confini del Quebec dove si sarebbe immobilizzata al di sopra del
fronte freddo. Previsioni del giorno: piogge ghiacciate
Al risveglio, Montreal, trasformata in una pista di pattinaggio, non
ce la fa a mettersi in moto e funziona al rallentatore. Fin dal
secondo giorno, il ghiaccio batte il record di accumulazione del
1961, ossia 25 mm. Il comune apre i primi centri di accoglienza e il
sindaco, Pierre Bourque, interrompe immediatamente il suo viaggio in
Cina e rientra precipitosamente.
La
corrente manca massicciamente una prima volta in un quarto
dell'isola di Montreal e in 125.0000 abitazioni della riva sud.
Mercoledì 7 gennaio: i servizi pubblici lanciano i piani
d'emergenza di fronte alla persistenza di un fenomeno che si
appresta a mettere in crisi, per la prima volta, i servizi
essenziali di una grande metropoli moderna che non ha conosciuto
alcuna guerra da oltre centocinquant'anni. Eppure, la notte prima,
il numero degli utenti rimasti senza corrente era sceso da 700.0000
a 500.000. Ma le piogge ghiacciate continuano, seppure con minore
intensità. Migliaia di persone sono seriamente preoccupate, dopo
tre giorni senza luce e soprattutto senza riscaldamento. Gli
abitanti del Quebec scoprono il prezzo della loro dipendenza
dall'"energia pulita": il 70% delle case sono riscaldate
elettricamente e la gente che non dispone di un focolare, di una
stufa a legna o di un qualche altro tipo di riscaldamento
complementare è condannata al gelo totale. Le strade sono piene di
macchine intrappolate in "banchi di neve" trasformati in
una muraglia di ghiaccio. Gli alberi spezzati dal gelo tagliano i
fili della luce che pendono spesso attivi sui marciapiedi o crollano
sulle strade, sulle automobili e sulle case. Giovedì 8, gli utenti
senza corrente superano il milione, il che significa che oltre due
milioni e mezzo di persone sono al buio e al freddo. La società
elettrica Hydro-Quebec chiede l'aiuto di 800 montatori di linee
elettriche ad altre province canadesi e agli Stati uniti.
L'Ontario
e il New England, anch'essi colpiti da questo megafenomeno
climatico, non sono in grado di fornire un grande aiuto. La coltre
di ghiaccio, sempre più spessa, comincia a schiacciare con il suo
peso non solo le linee di distribuzione dell'elettricità alle
abitazioni ma anche la rete di trasporti ad alta tensione più
resistente del continente. Nei primi anni settanta, Hydro-Quebec
aveva già modificato le sue norme per dare ai piloni una resistenza
a ghiacci spessi 45 mm, quattro volte la norma canadese! Eppure, la
"cintura" ad alta tensione che circonda la città comincia
a crollare. Le sue linee a 735 kwh trasportano verso Montreal la
corrente dalla Baia James, dal Manicugan e dal Labrador. Nella città
74 centri di accoglienza sono al lavoro. Il traffico funziona al
rallentatore, e così quello aereo. Anche la metropolitana entra in
crisi.
Occorre
strappare dal suolo il ghiaccio, che raggiunge in certi punti i
trenta centimetri con il nevischio che si è accumulato .Gli
spazzaneve non servono più, occorrono martelli pneumatici e pale
meccaniche. Negli ospedali 64 dei quali funzionano con generatori il
numero di pazienti raddoppia: cadute sul ghiaccio, centinaia di
avvelenamenti con il monossido di carbonio dovuti a sistemi di
riscaldamento improvvisati come le cucine a gas, intossicazioni
alimentari con cibi scaduti nei frigoriferi spenti. Anche la rete
ferroviaria si blocca, con 170 convogli immobilizzati dal ghiaccio,
che paralizzeranno l'intera rete del nord-est americano. A Montreal,
il comitato di crisi della polizia fa rientrare tutti i suoi
dipendenti, compresi i poliziotti assenti per malattia. Persino gli
agenti investigativi distribuiscono candele, ricercano le persone
che "resistono" a un passo dall'ipotermia nelle grandi
torri congelate, chiudono le vie troppo pericolose o regolano il
traffico ai crocevia rimasti privi di semafori. Per la prima volta
dall'ottobre 1970, l'esercito canadese riappare in forza nella città:
sotto il comando del Servizio di sicurezza del Quebec, i soldati,
attrezzati con seghe meccaniche, assistono i corpi della polizia, le
squadre di Hydro-Quebec e i servizi comunali che stentano ad aprire
le strade. Ma è il 9 gennaio, quinto giorno della crisi, che rimarrà
scolpito nel ricordo degli abitanti di Montreal come il "Venerdì
nero". La giornata si apre con un evento meteorologico
rarissimo: un temporale elettrico in pieno inverno. Quel giorno, gli
addetti alla distribuzione del centro di controllo di Hydro-Quebec,
che non hanno ancora rinunciato del tutto, assistono impotenti al
crollo di quattro delle linee che collegano le cinque postazioni
della cintura ad alta tensione di Montreal. Per due ore la metropoli
si reggerà su di un'unica linea ad alta tensione, anche se quel
giorno Hydro-Quebec si rifiuterà di confermarlo. Il Servizio di
sicurezza civile invita le industrie e i negozi a chiudere e la
popolazione a ridurre i propri consumi. Per egoismo o per
incoscienza, il carico si abbassa soltanto del 5%. A quel punto,
Hydro-Quebec decide di alleggerire a turno i diversi quartieri, per
risparmiare le linee sopravvissute. Senza rifornimenti, le
raffinerie si bloccano. Montreal rasenta la catastrofe totale quando
i suoi due stabilimenti di filtraggio delle acque si fermano.
Parecchi giorni dopo, il primo ministro Lucien Bouchard rivelerà
che le riserve idriche erano cadute a due ore di consumo... Alle
prese con un numero record d'incendi provocati da sistemi di
riscaldamento improvvisati, lo stato maggiore si prepara a demolire
le case in fiamme con le ruspe. Per tre giorni, a causa del blocco
delle operazioni di sterilizzazione, sarà necessario far bollire
l'acqua. Il crollo sotto il peso del ghiaccio della rete di
trasporto dell'elettricità della Montérégie, a sud di Montreal,
provoca un black-out totale nelle agglomerazioni di Saint-Hyacinthe,
Granby e Saint-Jean. Quest'area sarà presto chiamata dai media il
"triangolo nero" nel quale saranno ancora trincerati, un
mese e tre giorni dopo, il 7 febbraio, gli ultimi sinistrati del
ghiaccio.
Ma
torniamo ora ad occuparci della situazione italiana.
(………………….)
(………………….)
CAPITOLO
20
I
GRANDI EVENTI
SOMMARIO:
94. La pianificazione dell’emergenza nei grandi eventi - 95. La
dinamica della folla e la sua gestione in un “grande evento”
94.
- La pianificazione dell’emergenza nei “grandi eventi”
La
Legge 9 novembre 2001, n. 401, tra l’altro, affida al Dipartimento
della protezione civile la gestione di “grandi eventi” quali
sono stati, ad esempio, il vertice Nato di Pratica di Mare, la
canonizzazione di Padre Pio, il vertice FAO...
Per l’organizzazione dei “grandi eventi” il Dipartimento della
protezione civile è dotato di una consolidata struttura; può
capitare, comunque, che l’ente locale al quale questo libro è
destinato, si trovi, quasi per caso, a cogestire un “grande
evento”.
In tal senso, anche considerando che non esiste ancora nel nostro
Paese un testo ufficiale di riferimento su questo argomento,
ci limitiamo ad esporre alcuni aspetti dell’organizzazione di un
“grande evento” da parte di una struttura locale.
Punto
di partenza della pianificazione dell’emergenza è il Piano di
sicurezza, concordato dall’organizzatore dell’evento con le
altre strutture preposte alla sicurezza, che dovrebbe includere i
seguenti elaborati:
-
Organigramma di tutte le persone preposte alla sicurezza: scala
gerarchica, livello di addestramento, turni, modalità di comando e
controllo; nomina della persona delegata ai rapporti con le Forze
dell’Ordine e altre istituzioni; nomina della persona delegata a
comunicare con il pubblico e la stampa in caso di emergenza.
-
Piano di gestione della folla.
-
Scenari (ad esempio quelli determinati da sommovimenti della folla,
nubifragi, condizioni climatiche avverse, interruzione di acqua
potabile e di energia elettrica, telefonata annunciante una bomba,
attentato..) che verosimilmente potrebbero verificarsi durante,
immediatamente prima e immediatamente dopo, l’evento.
-
Piano di emergenza, che, a seconda degli scenari, specifichi chi
deve fare cosa.
-
Piano di emergenza delle strutture poste all’esterno del luogo
dell’evento (procedure per il ricovero negli ospedali locali,
posti di blocco preventivati dalle Forze dell’ordine,
preallertamento di strutture quali Prefettura, Vigili del fuoco...)
-
Planimetrie delle strutture interne di sicurezza (Centro controllo,
transenne, posti di pronto soccorso, sistemi antincendio, pronto
soccorso, accessi di emergenza...) con la identificazione del
tecnico che ne ha certificato la funzionalità.
-
Planimetrie delle strutture che servono il luogo dell’evento quali
parcheggi, punti di incontro, mense, zone destinate a campeggio,
reti viarie, toilettes, raccolta rifiuti, allacciamenti servizi
(gas, telefoni, elettricità, acqua...) con l’identificazione dei
responsabili di queste strutture.
-
Eventuale polizze assicurative, inerenti la sicurezza,
stipulate dagli organizzatori dell’evento.
L’allestimento
di un luogo destinato ad ospitare “grandi eventi” è
parzialmente regolato dalle norme contenute nel Decreto del ministro
dell’Interno del 6 giugno 2005.
Al di là di queste norme, vi sono due elementi fondamentali
inerenti la sicurezza.
Struttura
di comando del Servizio di sicurezza.
Generalmente, l’organizzazione di un “grande evento” vede una
suddivisione dei compiti tra le Forze dell’ordine (preposte alla
prevenzione e repressione del crimine, inteso come borseggi,
terrorismo, sommosse...), i Servizi sanitari (preposti alla cura dei
traumatizzati), la Security (guardie del corpo incaricate della
protezione dei VIP presenti all’evento) vigilantes (incaricati
della protezione degli impianti), Vigili del fuoco (preposti agli
incendi) e il Servizio di sicurezza (preposto alla incolumità del
pubblico, controllo degli assembramenti, soccorso a infortunati,
assistenza..) al quale è indirizzato questo capitolo.
Ognuna
di queste strutture si avvale di un Centro di comando e controllo.
Le Forze dell’ordine, ad esempio, solitamente si avvalgono della
Sala operativa della Questura o del Comando Carabinieri o, negli
eventi più impegnativi, quasi sono stati i funerali del Papa, del
Centro di coordinamento interforze situato nel Viminale (collegato
con telecamere su elicotteri e con svariate reti di sorveglianza
territoriale). Un ente locale che cogestisce un “grande evento”,
invece, deve avvalersi di una struttura certamente meno sofisticata
ma che deve, altresì, garantire una buona operatività. La Sala
operativa comunale di protezione civile, descritta in un altro
capitolo di questo libro, non si presta a questa occorrenza essendo,
verosimilmente, lontana dall’area dell’evento. Una buona
soluzione, invece, può essere installare il Centro comando
sicurezza in un camper o in un locale dotato di monitor collegati
con telecamere piazzate nelle aree più a rischio e/o di
ricetrasmittenti per garantire un continuo contatto con gli addetti
alla sicurezza dislocati nell’area dell’evento. Fondamentale,
comunque, che il Centro comando sicurezza sia ubicato in un’area
“tranquilla”, lontana, cioè dagli assembramenti e dal rumore
dell’impianto di amplificazione e che il Responsabile del Servizio
di Sicurezza (o suoi sostituti, se l’evento di protrae per molto
tempo) stia nel Centro comando sicurezza per tutto il tempo
dell’evento.
Addetti
al Servizio di sicurezza.
Ogni settore del luogo dove si svolge l’evento deve essere
assegnato ad un Responsabile di area che, in collegamento con il
Centro comando sicurezza, coordina un certo numero di addetti al
Servizio di sicurezza; questo collegamento, scartati i telefoni
cellulari, che potrebbero non funzionare in un posto insolitamente
affollato, deve essere garantito da ricetrasmittenti. Gli addetti al
Servizio di sicurezza devono essere facilmente riconoscibili (oltre
ad una divisa o maglietta, è opportuno l’uso di un cappellino con
stemma che emerge in una folla) devono essere assolutamente
affidabili ,
e addestrati al primo soccorso; coloro che operano in situazioni di
potenziale ressa, inoltre, devono avere una certa prestanza fisica
per poter predisporre cordoni. I compiti degli addetti al Servizio
di sicurezza, ovviamente dipendono dal tipo di evento (più avanti,
descriveremo quelli che erano previsti per il Giubileo 2000); essi,
comunque, in linea di massima, possono così essere enunciati:
controllare e riferire al Responsabile di area ogni incidente o
situazione di potenziale pericolo; intervenire per circoscrivere
l’insorgere di emergenze dandone subito comunicazione al
Responsabile di area; non lasciare mai il posto assegnato senza
permesso; essere cortesi verso tutti gli spettatori, restare calmi
in ogni circostanza, dare al pubblico eventuali informazioni
richieste.
Oltre
alla struttura di comando e di intervento, vi sono altri aspetti
inerenti la sicurezza.
Transenne
e recinzioni. Le
transenne impediscono al pubblico di arrampicarsi sulle strutture e
scongiurano il rischioso contatto tra folla e murature; una folla
suddivisa in spazi transennati, inoltre, minimizza il pericolo di
schiacciamenti e permette ai servizi di emergenza di soccorrere
agevolmente persone colte da malore. Di particolare rilevanza sono
le transenne poste immediatamente davanti al luogo dove si svolge
l’evento: il cosiddetto “fossato”. Solitamente il
“fossato” viene realizzato con tre o più cordoni di transenne
(distanziate da un paio di metri) l’ultima delle quali (quella più
vicina all’evento) realizzata in “transenne antipanico”,
impossibili ad essere ribaltate. In alcuni casi tra le diverse
barriere di contenimento vi sono camminamenti destinati agli addetti
alla sicurezza. Qualora si preveda una folla particolarmente
esagitata, il “fossato” non viene mai piazzato parallelamente al
fronte del palco ma segue un andamento a V (con la punta rivolta
verso il pubblico) in modo da far “scivolare” la folla verso le
sue estremità (dove, presumibilmente dovrebbe trovarsi meno
pubblico) in caso di ressa verso il palco.
È
da sottolineare la differenza tra transenne e recinzioni. Scopo
primario delle transenne non è quello di “bloccare la folla”
(o, addirittura, accumularla in un’area dove potrebbe restare
schiacciata) ma incanalarla tutelando la sua integrità. Quando la
pressione della ressa diventa eccessiva è opportuno che le
transenne cedano permettendo così alla folla di raggiungere
un’altra area delimitata da altre transenne; così la folla
diradandosi in piccoli gruppi diventa meno esposta al rischio di
schiacciamenti. Va da sé che transenne così strutturare devono
essere presidiate dagli addetti alla sicurezza (che allontanano le
persone che le hanno sfondato) o concludersi con una fila di
transenne che non possono essere sfondate. Scopo delle recinzioni
(reticolati, muri, steccati...), invece, è bloccare la folla. Le
recinzioni, sempre essere distanziate dalla folla da transenne,
possono essere installate solo sul perimetro esterno del luogo
dell’evento e sarebbe opportuno che, per impedire pericolosi
assembramenti, siano “opache”: impediscano, cioè, a chi sta
fuori di vedere cosa succede dentro.
Confort
delle persone.
Una folla abbandonata sotto il sole per ore tenderà ad essere molto
irritabile, sopratutto se molti, per placare il caldo e lo stress,
hanno ingurgitato birra. Le bottiglie di vetro abbandonate per
terra, inoltre, aumentano il rischio di incidenti o, ancora peggio,
possono essere lanciate da qualche esagitato. Per questi motivi è
opportuno che il pubblico aspetti (il meno possibile) l’evento
stando all’ombra e, se possibile, seduto su sedili (che non
dovrebbero essere facilmente divelti). I punti di ristoro, in ogni
caso, non dovrebbero mai somministrare bibite in bottiglia ma
travasarle in bicchieri di carta o plastica. Ovviamente i punti di
ristoro, se utilizzano cucine alimentate con gas liquido, devono
essere posti lontano dalla folla.
Un
altro importante aspetto del confort è la visibilità
dell’evento. Per evitare pericolosi movimenti nel pubblico, ad
esempio una ressa verso il palco, è importante che le persone
abbiano una chiara linea di visione dell’evento; questo può
essere ottenuto, nel caso di manifestazioni molto affollate,
posizionando tra il pubblico monitor o schermi-proiettori di grandi
dimensioni che trasmettono l’evento. È opportuno, inoltre, che,
se l’evento si svolge su un palco, questo sia posto ad una certa
altezza in modo da creare nelle sue immediate vicinanze “angoli
morti“ dove, cioè, l’evento non è visibile; e ciò per
scoraggiare il pubblico ad avvicinarsi al palco.
Sistemi
di comunicazione al pubblico.
L’informazione al pubblico è un elemento essenziale
nell’organizzazione di un grande evento. Essa deve cominciare (ad
esempio, sotto forma di comunicati radiofonici, sito internet,
annunci sui giornali, manifesti, sms...) giorni prima dell’inizio
dell’evento per comunicare informazioni quali, ad esempio, norme
sull’accesso, suggerimenti sull'abbigliamento, orari trasporti
pubblici, localizzazione parcheggi e campeggi, Numero Verde per
ulteriori informazioni... All’interno del luogo dell’evento,
ulteriori informazioni dovrebbero essere fornite, oltre che con
l’impianto di amplificazione e con display, da una planimetria (ad
es. stampata sul biglietto di ingresso o su volantini distribuiti
tra il pubblico) che riporti, tra l’altro, informazioni quali:
aree destinate a portatori di handicap, dove rintracciare o
accompagnare bambini che sono sfuggiti dalla custodia dei loro
genitori, bacheca per affiggere o leggere messaggi personali,
custodia bagagli, ufficio oggetti smarriti... Il luogo
dell’evento, inoltre, dovrà essere fornito di segnaletica
conforme al decreto legislativo 14 agosto 1996 n. 493 e al Decreto
ministro dell’Interno 6 giugno 2005. Per
quanto riguarda l’informazione da erogare in caso di crisi con gli
impianti di amplificazione o megafoni, sarebbe opportuno predisporre
degli annunci in codice per attivare gli addetti alla sicurezza e,
solo dopo che questi sono stati attivati, diffondere il comunicato
al pubblico. Per quanto riguarda i comunicati al pubblico sarebbe
opportuno farli precedere da forti e distinti segnali quali, ad
esempio, due scampanellii, Tutti i comunicati, comunque, dovrebbero
essere ripetuti ed essere composti da frasi brevi e positive.
Servizi
sanitari.
L’organizzazione di una assistenza sanitaria dipende, ovviamente,
dal tipo di evento, dal pubblico che lo seguirà, dalle condizioni
climatiche... Il Decreto del ministro dell’Interno del 6 giugno
2005 prevede, anche per manifestazioni occasionali che si tengano
all’interno di stadi, precise norme inerenti i presidi di pronto
soccorso. Per le manifestazioni che si tengono fuori dagli stadi il
Dipartimento della protezione civile, analizzando le possibili
emergenze che possono verificarsi durante manifestazioni di massa,
prevede un mezzo di soccorso mobile e una squadra sanitaria
per manifestazioni fino a 5.000 spettatori; due squadre sanitarie da
5.000 a 10.000 spettatori, 3 squadre sanitarie da 10.000 a 20.000
spettatori.
Gli
ospedali più vicini al luogo dell’evento devono essere allertati
con giorni di anticipo, al fine di mettere a disposizione posti
letto per l’immediata ospedalizzazione degli infortunati. Le
ambulanze dovranno stazionare davanti alle infermerie, pronte ad un
rapido impiego. Gli impianti devono avere dei percorsi interni ed
esterni liberi, onde consentire una rapida movimentazione dei
soccorritori e dei mezzi di soccorso. E’ necessario individuare,
nella prossimità dell’impianto, un’area da transennare
destinata all’atterraggio ed al decollo di un’eliambulanza. Ciò
al fine di evitare, soprattutto verso la fine della manifestazione,
quando il pubblico si accinge a lasciare l’impianto, che
l’eventuale trasporto degli infortunati in ospedale venga
intralciato dal blocco della circolazione stradale che sempre si
crea in queste circostanze nelle immediate vicinanze
dell’impianto.
____________
Si veda a tal riguardo
l’indagine preliminare realizzata nell’ottobre 2005 nei
comuni dell’ Umbria (tra l’altro, in una regione tra le più
avanzate nella protezione civile) riportata nel CD allegato a
questo volume. Altrettanto scoraggiante è la situazione sullo
stato della protezione civile nei comuni italiani deducibile da
due indagini compiute da LegaAmbiente; la prima del 2004
riguarda le strutture comunali per affrontare rischi
idrogeologici, la seconda gli incendi boschivi. I report delle
due indagini sono riportati nel CD allegato a questo volume.
«Il Sindaco, quale
ufficiale di Governo, adotta, con atto motivato e nel rispetto
dei principi generali dell’ordinamento giuridico,
provvedimenti contingibili ed urgenti in materia di sanità ed
igiene, edilizia e polizia locale, al fine di prevenire ed
eliminare gravi pericoli che minaccino l’incolumità dei
cittadini; per l’esecuzione dei relativi ordini può
richiedere al Prefetto, ove ricorra, l’assistenza della forza
pubblica».
Comma 3: «Il Sindaco
è autorità comunale di protezione civile. Al verificarsi
dell’emergenza nell’ambito del territorio comunale, il
Sindaco assume la direzione e il coordinamento dei servizi di
soccorso e di assistenza alle popolazioni colpite e provvede
agli interventi necessari dandone immediata comunicazione al
prefetto e al presidente della giunta regionale».
Comma
4: «Quando la calamità naturale o l’evento non possono
essere fronteggiati con i mezzi a disposizione del comune, il
Sindaco chiede l’intervento di altre forze e strutture al
prefetto, che adotta i provvedimenti di competenza, coordinando
i propri interventi con quelli dell’autorità comunale di
protezione civile».
Al di là di ciò, il
servizio protezione civile è inserito tra i servizi pubblici da
considerare essenziali nel comparto di cui all’art. 5 del
D.P.C.M. 30 dicembre 1993, n. 593, che devono sempre essere
garantiti dai comuni e da altri enti locali e per i quali, ai
sensi degli artt. 1 e 2 della legge 12 giugno 1990, n. 146, è
prevista una apposita regolamentazione in caso di sciopero del
personale.
Per favorire la
creazione comunale di una struttura di protezione civile (in
particolare nei piccoli e medi comuni) dal dicembre 2005 sta
operando il progetto di formazione “Strumenti e percorsi per
la protezione civile locale” organizzato dal Formez e dal
Dipartimento della Protezione Civile.
Per
informazioni http://protezionecivile.formez.it/
Un’interessante
iniziativa per meglio definire i compiti dell’Ufficio
Protezione Civile è stata intrapresa dal Comune di Napoli che
ha istituito il Servizio "Sicurezza dei Cittadini e
Protezione Civile". La documentazione è sul CD allegato a
questo libro.
Le direttive del
Dipartimento della protezione civile (Metodo Augustus)
prevedono, in caso di emergenza l’istituzione in ogni comune
anche di un COM (Centro Operativo Misto), inteso sostanzialmente
come struttura decentrata del coordinamento Provinciale, nel
quale dovrebbe operare anche il Sindaco.
L’analisi della vulnerabilità territoriale dovrebbe anche
includere possibili sub-scenari di disastro determinabili, cioè,
da particolari strutture (quali ad esempio, dighe, stabilimenti
industriali, linee ferroviarie o stradali percorse da convogli
pericolosi...) presenti sul territorio che potrebbero generare
una particolare dinamica al disastro.
Desidero
segnalare un interessante software (gratuito e opensource) per
la redazione di piani comunali di protezione civile liberamente
scaricabile dal sito www.edilitaly.com/openpc/
[9]
Su questo argomento cfr. H.A. Linstone, Notes on
the Bhopal accident: risk analysis and multiple perspectives,
1987, Technological Forecasting and Social Change 32(2):
183-202. Vedi anche i seguenti testi: T.
Covello, W. Merkhofer, Risk
Assessment Methods: Approaches for Assessing Health and
Environmental Risks, New York, Plenum Press, 1997; Cutter,
Susan L., Living with Risk: The Geography of Technological Hazards, London,
Edward Arnold, 1993; Haimes,
Yacov, Timothy Barry, and James H. Lambert, Workshop
Proceedings: When and how can you specify a probability
distribution when you don’t know much?, Risk Analysis,
1994, 14, 661; Perry, Ronald W., Alvin
H. Mushkatel, Disaster
Management: Warning Response and Community Relocation,
Westport, 1993, Quorum Books, 1984; Renn,
O., W. Burns, J.X. Kasperson, R.E. Kasperson, Slovic, The
social amplification of risk: Theoretical foundations and
empirical applications, Journal of Social Issues, 1993, 48,
137-160; The Risk Assessment Paradigm after Ten Years: Policy and Practice Then,
Now, and in the Future, Risk Analysis 14(3). (Special issue.);
Wynne, Brian, Uncertainty and environmental learning: Reconceiving science and policy
in the preventive paradigm, 1992, Global Environmental
Change 2(2), 111-127.
[10]
Il Metodo Augustus così elenca le funzioni di supporto a
livello comunale:
Tecnico
scientifica, pianificazione –
Il referente sarà il rappresentante del Servizio Tecnico del
comune, prescelto già in fase di pianificazione; dovrà
mantenere e coordinare tutti i rapporti tra le varie componenti
scientifiche e tecniche.
Sanità,
assistenza sociale e veterinaria –
Saranno presenti i responsabili della Sanità locale, le
Organizzazioni di volontariato che operano nel settore
sanitario. Il referente sarà il rappresentante del Servizio
Sanitario Locale.
Volontariato
–
I compiti delle organizzazioni di volontariato, in emergenza,
vengono individuati nei piani di protezione civile in relazione
alla tipologia del rischio da affrontare, alla natura ed alla
tipologia delle attività esplicate dall’organizzazione e dai
mezzi a disposizione. Pertanto nel centro operativo, prenderà
posto il coordinatore indicato nel piano di protezione civile.
Il coordinatore provvederà, in «tempo di pace», ad
organizzare esercitazioni congiunte con le altre forze preposte
all’emergenza al fine di verificare le capacità organizzative
ed operative delle organizzazioni.
Materiali
e mezzi –
La funzione di supporto in questione è essenziale e primaria
per fronteggiare una emergenza di qualunque tipo. Questa
funzione, attraverso il censimento dei materiali e mezzi
comunque disponibili e normalmente appartenenti ad enti locali,
volontariato ecc. deve avere un quadro costantemente aggiornato
delle risorse disponibili. Per ogni risorsa si deve prevedere il
tipo di trasporto ed il tempo di arrivo nell’area
dell’intervento. Nel caso in cui la richiesta di materiali e/o
mezzi non possa essere fronteggiata a livello locale, il Sindaco
rivolgerà richiesta al Prefetto competente.
Servizi
essenziali e attività scolastica – A
questa funzione prenderanno parte i rappresentanti di tutti i
servizi essenziali erogati sul territorio coinvolto. Mediante i
Compartimenti Territoriali deve essere mantenuta costantemente
aggiornata la situazione circa l’efficienza e gli interventi
sulla rete. L’utilizzazione del personale addetto al
ripristino delle linee e/o delle utenze è comunque diretta dal
rappresentante dell’Ente di gestione nel Centro operativo.
Tutte queste attività devono essere coordinate da un unico
funzionario comunale.
Censimento
danni a persone e cose – Il
censimento dei danni a persone e cose riveste particolare
importanza al fine di fotografare la situazione determinatasi a
seguito dell’evento calamitoso e per stabilire gli interventi
d’emergenza. Il responsabile della funzione, al verificarsi
dell’evento calamitoso, dovrà effettuare un censimento dei
danni riferito a: persone; edifici pubblici; edifici privati;
impianti industriali; servizi essenziali attività produttive;
opere di interesse culturale; infrastrutture pubbliche;
agricoltura e zootecnia. Per il censimento di quanto descritto
il coordinatore di questa funzione si avvarrà di funzionari
dell’Ufficio Tecnico del Comune o del Genio Civile regionale e
di esperti del settore sanitario, industriale e commerciale. È
altresì ipotizzabile l’impiego di squadre miste di tecnici
dei vari Enti per le verifiche speditive di stabilità che
dovranno essere effettuate in tempi necessariamente ristretti.
Strutture
operative locali – Il
responsabile della funzione dovrà coordinare le varie
componenti locali istituzionalmente preposte alla viabilità. In
particolare si dovranno regolamentare localmente i trasporti, la
circolazione inibendo il traffico nelle aree a rischio,
indirizzando e regolando gli afflussi dei soccorsi.
Telecomunicazioni
– Il
coordinatore di questa funzione dovrà, di concerto con il
responsabile territoriale della Telecom, con il responsabile
provinciale P.T., con il rappresentante dell’organizzazione
dei radioamatori presenti sul territorio, predisporre una rete
di telecomunicazione non vulnerabile.
Assistenza
alla popolazione – Per
fronteggiare le esigenze della popolazione dovrà presiedere
questa funzione un funzionario dell’Ente amministrativo locale
in possesso di conoscenza e competenza in merito al patrimonio
abitativo, alla ricettività delle strutture turistiche
(alberghi, campeggi ecc.) ed alla ricerca e utilizzo di aree
pubbliche e private da utilizzare come «zone di attesa e/o
ospitanti». Il funzionario dovrà fornire un quadro delle
disponibilità di alloggiamento e dialogare con le autorità
preposte alla emanazione degli atti necessari per la messa a
disposizione degli immobili o delle aree. Attraverso
l’attivazione delle funzioni comunali, nel centro operativo
comunale, si raggiungono due distinti obiettivi: si individuano
vari responsabili delle funzioni in emergenza; si garantisce il
continuo aggiornamento del piano tramite l’attività degli
stessi responsabili in «tempo di pace». Tramite l’attività
dei responsabili delle funzioni comunali si avrà quindi la
possibilità di tenere sempre efficiente il piano di emergenza
che per la prima volta vede per ogni argomento (funzione) un
unico responsabile sia in emergenza che non. Questo consente al
Sindaco di avere nel Centro Operativo esperti che già si
conoscono e lavorano nel piano e quindi di raggiungere una
migliore omogeneità fra i suoi componenti e le strutture
operative altrimenti diversificati fra di loro per procedure
interne, mentalità e cultura.
Tutto ciò finalizzato
al raggiungimento dei seguenti obiettivi (nell’ordine di
importanza): salvare vite umane; alleviare le sofferenze;
prevenire fenomeni di «escalation» dei disservizi e degli
incidenti; salvaguardare l’ambiente; proteggere i beni delle
persone; mantenere ad un livello appropriato l’erogazione dei
servizi infrastrutturali essenziali; ripristinare al più presto
le condizioni di normalità. Elenco tratto dal manuale «Strategia
e tattica di intervento» (riportato sul sito
www.vigilidelfuoco.bergamo.it/formazio-ne/CorsoCR/StrTatCR.doc)
del Comando Provinciale Vigili del fuoco di Bergamo.
Un davvero interessante elenco delle qualità caratteriali che
dovrebbe avere un Disaster Manager nella gestione
dell’emergenza è stilato da Gianmario Gnecchi
(“Brevi note sulle emergenze coinvolgenti Sostanze
Pericolose Incidenti da Trasporto - Corso per coordinatori
d'emergenza Disaster Management Regione Lombardia,
24 febbraio 1999”, riportato sul CD allegato a questo
libro).
Elevata
esperienza ed attitudine ad operare in situazioni di crisi
mantenendo calma, freddezza, lucidità; doti di carattere
adeguate per instaurare istintivamente buone relazioni
interpersonali; comportamenti ed atteggiamenti corretti e
d'esempio; tendenza a sdrammatizzare le situazioni; naturale
disposizione ad ascoltare; capacita di mettersi in discussione,
accettando le critiche senza subirle come attacchi personali;
inclinazione a produrre disposizioni, senza eseguirle
personalmente, ma seguendone l'adempimento sino alla
conclusione; conoscenza dei propri limiti e capacità di
comprendere i limiti altrui; rispetto per le funzioni di comando
di altre organizzazioni; essere "concreto".aspetto
importante della
gestione dell’emergenza è dato dallo stress e quindi dalla
progressiva usura psichica che interessa il Disaster Management.
Su questo aspetto, rimandando alla documentazione riportata nel
CD allegato al libro, segnaliamo il sito: http://www.psicoemergenza.it/index.htm
Segnaliamo
inoltre un interessante articolo di Daniele Trevisani,
"Leadership emozionale dei manager italiani",
che, pur non occupandosi specificatamente di protezione
civile, riporta, tra l’altro i principali aspetti dello stress
che avvince i manager in situazioni di emergenza. L’articolo
è consultabile al sito: www.ajilon.it/m_leadership.asp
Secondo il documento
del Dipartimento della protezione civile «Organizzazione del
Dipartimento della protezione civile in caso di emergenza», per
il successo di una gestione dell’emergenza bisogna che
concorrano le seguenti condizioni: direzione unitaria: la
direzione unitaria delle operazioni di emergenza si esplica
attraverso il coordinamento di un sistema complesso e non in una
visione settoriale dell’intervento; comunicazione: costante
scambio di informazioni fra il sistema centrale e periferico
nell’ambito del Servizio Nazionale di Protezione Civile;
risorse: utilizzo razionale e tempestivo delle risorse realmente
disponibili e della reperibilità degli uomini e dei mezzi
adatti all’intervento.
Limitandosi il Metodo
Augustus ad enunciare che «Il Centro Operativo Comunale dovrà
essere ubicato in un edificio non vulnerabile ed in un’area di
facile accesso».
Una
interessante documentazione sulle caratteristiche che dovrebbe
avere la Sala Operativa è contenuta nel capitolato di appalto
per la realizzazione della Sala Operativa della Prefettura di
Cosenza. Questo documento, tratto dal sito http://www.provincia.cs.it,
è riportato nel CD allegato a questo volume.
Si
veda, inoltre il documento di E. Galanti, A. Curianò, L.
D'Angelo “Pianificazione e Gestione dell'Emergenza - Struttura
e gestione delle sale operative di protezione civile”
tratto dal sito www.anssaif.it
e riportato nel CD allegato a questo volume.
http://www.fema.org/library/prepandprev.htm
Si riporta il possibile
testo del cartello affisso all’armadio:
«Attenzione:
questo armadio contiene attrezzature necessarie per allestire la
Sala Operativa. Le chiavi dell’armadio sono in possesso
dell’Ufficio protezione civile e degli uffici (indicare quali
uffici). Questo armadio contiene:
Scatola
1: scheda situazioni (vedi capitolo 12); diario sala operativa;
bollini autoadesivi; carta carbone; cartelline e brogliacci;
contrassegni per autovetture; copie dei piani di emergenza;
correttori; dati sulle risorse presenti in città; disposizioni
per i dipendenti comunali; elenchi telefonici; elenchi
telefonici di emergenza; elenco dipendenti; elenco
professionisti esterni; fermagli e spille; fermaposti; fogli di
carta; fogli per la precettazione dei dipendenti comunali;
forbici; gomme; matite; moduli per fonogrammi; moduli per schede
tecniche; moduli prefirmati per requisizioni; nastri adesivi;
pennarelli; penne; punesse; righe e squadrette; spillatrici;
tabelle “Sala Operativa”; taglierine; tesserini
“emergenza”; tesserini “Sala Operativa”; timbri vari e
tamponi.
Scatola
2: Cassetta portaattrezzi completa; cavi elettrici; cavi
telefonici; materiale elettrico; corde; bande catarifrangenti;
torce elettriche; batterie; apparecchi ricetrasmittenti; cavi,
antenne e attrezzature radio; megafono; telefonini cellulari,
telefono satellitare, batterie; GPS, batterie; computer
portatile; fotocamera digitale.
Scatola
3: planimetrie di tutto il territorio comunale, in scala 1:2.000
e 1:5.000; planimetrie del territorio comunale in rapporto a
quello dei comuni limitrofi, in scala 1:5.000 e 1:25.000;
planimetrie del territorio comunale in rapporto alla provincia o
alla regione, in scala 1:25.000 e 1:50.000; planimetrie speciali
riportanti il centro antico e quelle zone fatiscenti
vulnerabili, a terremoto o a inondazione; altre planimetrie
riguardanti aree di atterraggio per elicotteri, localizzazione
di ditte in possesso di materiali importanti per l’emergenza,
ospedali, sentieri campestri ...
Scatola
4: Gruppo elettrogeno».
Per una panoramica
esaustiva delle iniziative messe in atto dagli enti locali cfr.
il documento “Indagine Ministero della Salute! riportato sul
CD allegato a questo volume
Un reportage su questa che è stata la peggiore ondata di freddo
abbattutasi sull’Italia negli ultimi 100 anni è reperibile
sul sito: http://www.meteogiornale.it
(Il testo seguente è
tratto dall’articolo di Louis Gilles Francur “Il Quebec in
tilt per il Grande Gelo”, pubblicato in <<Le Monde
Diplomatique>> il 4 febbraio 1998)
La
pioggia ghiacciata (o Gelicidio) è un fenomeno abbastanza raro
che si forma quando uno strato di aria calda interessa la
quota, mentre al suolo sono presenti temperature inferiori o
pari allo 0°C; la pioggia che così cade si posa al suolo
trasformandosi immediatamente in ghiaccio; un altro pericoloso
fenomeno atmosferico è la Galaverna e cioè la precipitazione
determinata da nebbia ghiacciata (NdA).
La legge “Conversione in legge, con modificazioni, del
decreto-legge 7 settembre 2001, n. 343, recante disposizioni
urgenti per assicurare il coordinamento operativo delle
strutture preposte alle attività di protezione civile” affida
(art. 5) alla Protezione Civile il compito di provvedere
all’integrità della “vita, dei beni, degli insediamenti e
dell'ambiente dai danni o dal pericolo di danni derivanti da
calamità naturali, da catastrofi o da altri grandi eventi, che
determinino situazioni di grave rischio”. All’art. 5 bis la
competenza del Dipartimento ai grandi eventi viene estesa al
potere di ordinanza previsto dalla all'articolo 5 della legge 24
febbraio 1992, n. 225. Questa competenza, ora, a seguito
dell’art. 4 del DL 31.5.2005 n.90 “Disposizioni urgenti di
protezione civile”, viene affidata al Dipartimento anche per
“grandi eventi” che si svolgono all’estero. I problemi che
hanno determinato questo estendere le competenze della
Protezione civile sono analizzati in un altro capitolo di questo
libro.
Chi scrive queste
righe, ad onta del suo discettare sulla necessità di
un’attenta pianificazione dell’emergenza, avendo diretto per
21 anni l’ufficio protezione civile di una città della
Campania, in alcune occasioni, ha dovuto ingegnarsi per
organizzare, in tutta fretta, un evento che, solo quando si è
verificato si è rivelato “grande”. Ad esempio, l’arrivo
in città della statua di una Madonna di un noto santuario
portoghese che, grazie anche al passaparola sulla annunciata
distribuzione di un’acqua considerata miracolosa, fece
accorrere circa 30.000 fedeli; un assembramento straordinario
considerando che la più affollata processione del santo locale
attira mediamente 2000 persone.
Nel nostro paese, per
quel che ci è dato sapere, non esistono ancora guide ufficiali
per la realizzazione di eventi all’aperto; lo svolgimento di
questi, comunque, quando prevedono la realizzazione di
particolari strutture è subordinato al certificato di agibilità
rilasciato Commissione provinciale di vigilanza sui locali di
pubblico spettacolo che, ai sensi dell’articolo 141 del
regolamento di esecuzione del Testo Unico 18 giugno 1931, n.
773, delle leggi di pubblica sicurezza, cosi come modificato
dell’art. 4 del D.P.R. 28 maggio 2001, n. 311, richiede tutta
una serie di relazioni, inclusa una documentazione sulle misure
di sicurezza. Vi sono, poi, altre normative che sovrintendono
alla realizzazione degli eventi all’aperto quali quelle
collegate al D.lgs. 626/94 tra cui il DM 10/3/98; altre
disposizioni sono contenute nel Decreto Ministero dell’Interno
6 giugno 2005 “Modifiche ed integrazioni al decreto
ministeriale 18 marzo 1996, recante norme di sicurezza per la
costruzione e l'esercizio degli impianti sportivi”.
Per
una disamina dei lavori del Coordinamento dei Programmi di
Ricerca Nazionali sulla Sicurezza durante i Grandi Eventi in
Europa, finanziato dalla Direzione Generale per la Ricerca della
Commissione Europea, cfr il sito internet
http://www.onuitalia.it/uni_sicur.php
Per un approfondimento
cfr. “The event safety guide. A guide to health, safety and
welfare at music and similar events, POP CODE 1999"
("Guida alla salute, sicurezza e benessere durante i
concerti pop ed altri spettacoli simili") prodotto dall’Health
and Safety Commission della Gran Bretagna in cooperazione con il
Ministero dell'Interno della Gran Bretagna. Questo testo è
stato tradotto in italiano da Assomusica (“Associazione di
organizzatori e produttori italiani di spettacoli musicali dal
vivo") che lo ha così inserito nel suo sito http://assomusica.cmpspa.com
Il documento è riportato integralmente nel CD allegato a questo
libro. Nel capitolo “Il comportamento collettivo in situazioni
di emergenza” di questo libro sono illustrate alcune tecniche
per gestire la folla e alcune metodologie per contenere il
panico durante un disastro o un “grande evento”.
Il testo del Decreto
(che, comunque, si riguarda le normative che devono rispettare
alcuni impianti sportivi per potere ospitare manifestazioni e
non già le normative che devono rispettare queste
manifestazioni se ospitate in altri luoghi) è riportato nel CD
allegato a questo libro.
Un’emergenza che non
è stato possibile circoscrivere immediatamente perché il
responsabile della sicurezza era momentaneamente non
rintracciabile è una costante che caratterizza non pochi
disastri. È stata questa una delle cause della tragedia allo
stadio Heysel nel quale, il 29 maggio 1985, morirono 39 persone
e 580 rimasero ferite. Sull’analisi di questo evento il
giornalista RAI Giovanni Minoli ha realizzato, per la
trasmissione televisiva “La storia siamo noi”, andata in
onda il 23 maggio 2005 su Rai Tre: un documentario di
straordinario interesse per comprendere le dinamiche che possono
ingenerarsi nel corso di un “grande evento”. Su questo
argomento cfr. anche i seguenti testi: N. Ferlat 'L’ultima
curva - la tragedia dello stadio Heysel', Corsi editore, 1985;
AA.VV. Sport e violenza negli stadi, Atti del convegno, Corsi
editore, 1986; F.Caremani - Le verità sull’Heysel - Cronaca
di una strage annunciata, Libri di Sport Edizioni, 1987.
Dopo ore e ore a
contatto con una folla spesso esagitata, può insorgere
nell’addetto alla sicurezza (generalmente un volontario) uno
stress che può tradursi in atteggiamenti stupidamente
autoritari o, addirittura, in aggressività. A tal riguardo è
forse il caso di ricordare il disastro verificatosi
nell’autodromo di Altamont, in California che, nel dicembre
1969, ospitò un megaraduno rock. Il “servizio d’ordine”
al quale fu affidata la sicurezza dell’evento erano nientemeno
che gli Hell’s Angels: una banda di delinquenti che, già
prima del concerto, si era distinta per brutalità e molestie
nei riguardi del pubblico e degli artisti. Il megaraduno si
concluse con una spaventosa rissa innescata da questo
“servizio d’ordine” nella quale morirono tre ragazzi; uno
dei quali, addirittura, ucciso a coltellate da uno degli Hell’s
Angels. Su questo evento è stato prodotto nel 1970 un
interessante film-documentario diretto da Albert Maysles:
“Gimme shelter”.
Un
altro disastro da addebitare alla incompetenza del servizio di
sicurezza lo si è avuto durante un festival rock tenutosi il 1
luglio 2.000 a Roskilde in Danimarca: 11 morti.
Per approfondimenti sui
comunicati, si veda il capitolo “Il comportamento collettivo
in caso di emergenza” di questo libro.
Secondo le direttive
del Dipartimento, la squadra sanitaria dovrà essere composta da
un medico esperto in emergenze e rianimazione cardio-polmonare e
da due infermieri professionali o volontari del soccorso
addestrati, alla rianimazione cardio-polmonare di base ed
all’uso del defibrillatore. Ogni squadra sanitaria dovrà
avere in dotazione un apparecchio ricetrasmittente con frequenza
riservata o altro sistema portatile di comunicazione,
possibilmente dotato di auricolare. Questo personale sanitario
dovrà essere presente sul posto ed essere operativo
dall’apertura dei cancelli fino al completo svuotamento
dell’impianto da parte del pubblico.
Cfr
“Linee-guida sull'organizzazione sanitaria in caso di
catastrofi sociali”, 1977; questo documento è riportato nel
CD allegato a questo libro.
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